mercoledì 9 aprile 2014

Now!

Che ore sono in Cina? e negli USA?
Ecco un bello strumento rilasciato dal buon XKCD:


Link al sito xkcd: http://xkcd.com/1335/

lunedì 7 aprile 2014

Lac de Vercoche

Continuo la pubblicazione di vecchi post lasciati a metà da troppo tempo... Questa volta si tratta di una gita risalente addirittura ad ottobre 2012.  La meta era il Lac de Vercoche, nella valle di Champorcher:

Tra i larici dorati

La conca del Lac de Vercoche

Luci Autunnali

mercoledì 2 aprile 2014

Cima di Valtendra

Facendo un po' di ordine nel blog, ormai "impolverato" da un po' di tempo ho ritrovato un post abbandonato relativo ad un gita fatta in settembre. Non ho tempo di completarlo, ma mi limito a pubblicare qualche foto.

La meta era la Cima di Valtendra, da San Domenico. Una gran bella (e lunga) gita, di grande soddifazione e con ampi panorami.

Una relazione la si può trovare qui: http://www.gulliver.it/itinerario/59227/

Pascoli nei pressi di Pian Sass Mor


Sulle pietraie nei pressi della cima
Sulla via del ritorno...

lunedì 3 febbraio 2014

Tutto intorno a te

Riporto un bell'articolo apparso sulla rivista dell'AGESCI, Proposta Educativa. Il link all'articolo originale è questo: http://www.agesci.org/propostaeducativa/news.php?readmore=158


Il motivo per il quale siamo infelici? Forse perché cerchiamo la felicità nel posto sbagliato.Innanzitutto confondiamo l’essere felici con un generico stare bene. Stare bene (espressione ambigua e fuorviante) vuol dire che nessuno mi rompe le scatole, che ho il mio momento di pace (mio sacrosanto diritto!), che fra un po’ cominciano le ferie, che i bambini finalmente dormono. Tranquillità, quiete. Posso fare quello che voglio. Mi siedo, mi accendo una sigaretta, mi verso una birra: sto bene. Mi godo il panorama, fantastico tramonto, il vento mi accarezza i capelli… mi guardo un bel film, ascolto musica: oh, come sto bene. L’altro giorno una persona alla quale voglio bene mi dice che ogni tanto, per “stare bene”, si fuma uno spinello. Un’altra, che studia duramente tutta la settimana, il sabato sera deve eccedere con l’alcol. Così sta bene. I suoi occhi hanno un riflesso che esprime del vuoto. Facciamo tante cose, per stare bene. In fin dei conti però tutte queste cose ci danno solo un’emozione che dura poco, pochissimo. Oppure addirittura, ecco il paradosso, per stare bene facciamo cose che ci fanno stare male. C’è qualcosa in noi che ci allontana dalla vita.

Dove sta dunque l’errore? In una errata percezione della realtà? Questo modo di cercare la felicità (nel senso dello stare bene) ha due premesse fasulle. La prima è che l’individuo esista a prescindere dagli altri. La seconda è che ciò che conta è solo il presente (meglio: l’attimo presente).


La prima premessa è falsa. Tutti noi esistiamo solamente in relazione agli altri. Sono altri che ci hanno messo al mondo, altri che ci hanno fatto e ci fanno crescere, altri che ci permettono di vivere, altri per i quali viviamo. Fisicamente né spiritualmente esiste un “io” indipendente da un “tu” e da un “noi”. Se qualcuno possiede la prova contraria, me la presenti.Aggiungo che la concezione cristiana di Dio esclude persino che Dio stesso possa esistere “da solo”. Tanto è vero che lo si descrive come una comunità (la Trinità) nella quale l’unità è data dalla relazione di tre persone che ci sono l’una per l’altra. Il Dio-solo non esiste. Se c’è, è un Dio-comunità-di-amore e (di conseguenza) un Dio-con-noi.La seconda premessa è altrettanto irreale. L’attimo presente è del tutto inafferrabile. È un punto. Nel momento in cui lo penso, è già passato. Ancorare la propria vita (anche affettiva) all’attimo presente significa costruirla sul nulla. Se il presente ha le dimensioni di un punto, è inconsistente. Esistono molto di più il passato e il futuro. Diciamo pure che la dimensione dell’essere, alla quale siamo chiamati, si articola in un continuum di passato, presente e futuro. La felicità ha a che vedere con questo continuum, con l’eternità (che racchiude ciò che c’è di buono nel nostro passato-presente-futuro), piuttosto che con un attimo presente che, a pensarci bene, è tutto tranne che presente.


Sbagliamo quando abbiamo lo sguardo perennemente rivolto al passato, sbagliamo quando viviamo proiettati solo in un domani che ancora non c’è (e che sarà sempre domani), sbagliamo a cercare di nutrirci di un attimo inafferrabile perché inconsistente. L’oggi, invece, è una cosa diversa. È il luogo della vita e dell’impegno ed è la sintesi di ciò che è stato e ciò che sarà (le due  cose ci danno ciò che è). L’oggi, non l’attimo. L’oggi può essere vissuto pienamente solo nell’ottica dell’eternità. Del per sempre.Carpe diem: credo ci sia una radicale differenza tra “vivere il proprio giorno” e “cogliere l’attimo”.Ecco dunque la felicità: non la troveremo in un attimo fuggente e nemmeno in un io ripiegato su se stesso. Entrambe le cose non c’entrano con la vita. La contraddicono. Poter vivere l’attimo e doversi occupare in primo luogo di se stessi sono l’inganno della società dei consumi e dei suoi astuti ideologi. Servono a deresponsabilizzare. A convincerci che nessuno ci chiederà conto e, soprattutto, a non chiedere conto a nessuno. I paraocchi che ci vogliono concentrare lo sguardo sull’attimo presente servono a farci perdere la memoria (la nostra storia che contiene tutto ciò di cui siamo espressione) e ad impedirci di vedere come nel futuro ci siano tutte le conseguenze delle nostre azioni e delle nostre scelte (e non scelte) di oggi.


La felicità nell’attimo fuori dal tempo e nell’io autocentrato non c’è affatto. In questi non-luoghi ci sono solo ingannevoli ed effimere emozioni. La felicità non può essere nella (non)dimensione dell’istante, ma è in quella dell’eternità, del per sempre. Così anche: la felicità “solo mia” non esiste. Esiste invece la felicità condivisa. In fin dei conti: la felicità di tutti e di ciascuno.Ecco perché lo scautismo (e l’educazione in genere) va controcorrente. Per usare un linguaggio R/S: prevede un cammino che, come ogni cammino è fatto di un “da dove” e di un “verso dove” (la strada). Prevede che questo cammino venga percorso “insieme” o comunque in relazione ad altri (la comunità). Prevede che su questo cammino io scopra e cominci a vivere il mio “esserci per gli altri” (la comunità e il servizio), che prenda la mia vita e la “spezzi” in memoria di chi l’ha spezzata per tutti (il servizio che crea comunità/comunione).


Amicizie vere, rapporti di coppia, matrimonio, famiglia, rapporti genitori-figli, scelte di vita comunitaria e di servizio… tutto ciò ha senso se è vissuto nella dimensione della continuità di ciò che è buono (l’eternità) e se mette al centro il tu, anziché l’io. Non c’è vero amore senza libertà. Non c’è vera libertà senza responsabilità. Siamo responsabili della felicità delle persone che la vita ci affida. Nel vivere per alimentare la loro felicità troveremo la nostra. Faremo del bene, saremo nel Bene. E magari staremo bene davvero.Bill

mercoledì 29 gennaio 2014

E' di nuovo route!

I pensieri di oggi non sono da spiegare, sono da cantare.
E questa canzone li rende bene!

Viene il giorno in cui chiedi a te stesso dove voli 
viene il tempo in cui ti guardi e i tuoi sogni son caduti
E' il momento di rischiare di decidere da soli
non fermarsi e lottare per non essere abbattuti

   Spingerò i miei passi sulla strada
   passerò tra i rovi e l'erba alta
   la gioia m'ha trovato la pienezza
   non starò più seduto ad aspettare

Sulle spalle una mano che si spinge a trattenere
vuol fermare l'avventura ma ritorno a camminare
ho incontrato troppa gente che mi ha dato senza avere
voglio dare queste braccia non c'è molto da aspettare.

E' parola come vento tra le porte quella stretta
gli uni gli altri nell'amore non avere che un canto
questo tempo non ha niente da offrire a chi aspetta
prende tutto prende dentro sai fin dove non sai quanto.

Non è strada di chi parte e già vuole arrivare
non la strada dei sicuri dei sicuri di riuscire
non è fatta per chi è fermo  per chi non vuol cambiare
E' la strada di chi parte ed arriva per partire.

lunedì 23 settembre 2013

Gazzirola

Gita per festeggiare il compleanno con una nuova cima. La meta è stata scelta per la vicinanza: sia $io che $D saremmo dovuti rientrare a casa a metà pomeriggio.

Partenza dalla Val Colla, dall'abitato di Borno. Salita per boschi fino al Passo di San Lucio. Dove ammiriamo il panorama e la chiesetta del XIV secolo dedicata a San Lucio di Cavargna.
Passo di San Lucio
Dal passo si apprezza già la vista del Monte Rosa e si cominciano ad intravedere altri ghiacciai più a nord.
Monte Rosa
Il sentiero prosegue verso nord, lungo la cresta di confine. Si vedono ancora resti di filo spinato, probabilmente risalente alla seconda guerra mondiale. La val Cavargna con il passo di San Lucio era infatti uno degli itinerari utilizzati dai partigiani per far espatriare antifascisti, perseguitati, ricercati ed ebrei.
Confine Italo-Svizzero
Dal passo di San Lucio la strada è piuttosto lunga per arrivare alla cima. Da lontano si intravede una grande croce, ma non è la cima: la "vera" cima è infatti circa un chilometro più a nord, pochi metri di quota più elevata. La cima è contraddistinta solamente da una palina con i cartelli dei sentieri. Da lì il panorama spazia su gran parte delle alpi occidentali.
Gignone e Grignetta da un'insolita prospettiva
Sulla strada del ritorno, che percorriamo seguendo i passi fatti in salita, facciamo l'incontro con una mandria di Yak!
Incontri ravvicinati con gli Yak


lunedì 16 settembre 2013

Monte Rosa, agosto 2004

Nota: ho ritrovato per caso un vecchissimo resoconto di una due giorni al Monte Rosa di quasi 10 anni fa che avevo pubblicato sul newsgroup it.sport.montagna. Lo ripubblico anche sul blog.

Ore 6.30, suona la sveglia, che sonno... forse il materiale avrei dovuto prepararlo prima anziché ieri sera a mezzanotte, ma tant'è... Latte, cacao, biscotti, aspetto l'arrivo di Giovanni e poi via! Dopo alcuni "giri turistici" per il Vercellese (della serie: "ma perché non sono uscito a Romagnano Sesia?!?") siamo ad Alagna.

Senza quasi accorgerci siamo sulla seggiovia che ci porta a Punta Indren. Nel tragitto si può ammirare lo splendido esempio di scempio montano: nel vallone che porta al Col d'Olen adesso c'è un grandioso serpentone di terra spianata a suon di bulldozer... e il vecchio sentiero dov'è finito?
Punta Indren: finalmente si cammina! Lentamente ci avventuriamo sulla traccia che traversa il ghiacciaio d'Indren. E' una bella giornata e fa molto caldo, chissà quanta gente ci sarà nei rifugi del Monte Rosa: penso
che sia molta, vedendo quante persone si dirigono verso la capanna Gnifetti.
Poco dopo però riusciamo a trovare un po' più di tranquillità: infatti abbandoniamo la grande traccia per dirigerci verso la punta Giordani lungo la via normale. La salita è piacevole, il ghiaccio ottimo... se solo non fosse per questo caldo!!! Magari ci fosse un po' di vento...

Punta Giordani, quota 4046. Sono stato accontentato: adesso c'è vento, troppo! Però c'è comunque la soddisfazione di essere in cima. Scambiamo qualche parola con degli altri alpinisti che incontriamo in vetta: loro arrivano dalla Cresta del Soldato e come noi proseguiranno verso la Piramide Vincent. Ammiro anche la statua del Cristo delle Vette al Balmenhorn: è la meta di oggi, da qui sembra vicinissimo!
La cresta verso la Piramide è bella, la scalata è facile ma piuttosto aerea.
In certi punti guardando giù c'è da spaventarsi, mi vengono strani pensieri... mi impongo di non pensarci e di rimanere concentrato. Procediamo a comando alternato facendoci un minimo di sicurezza forse più "psicologica" che altro: entrambi non abbiamo problemi e proseguiamo tranquilli. Comincio a sentire la quota, solo poche ore fa ero 4 km più in basso! Un minimo sforzo fa venire subito il fiatone. E' la prima volta che arrampico a queste altezze e con un panorama simile! Meraviglioso!!!

Di colpo la cresta finisce e ci troviamo su un bel panettone innevato: Piramide Vincent 4215 m! Al di là troneggia la grande mole del Lyskamm e sotto di noi il ghiacciao del Lys su cui si muovono ancora innumerevoli cordate. Piccola sosta e poi via in discesa. Il bivacco è lì sopra, la stanchezza si fa sentire e sembra di essere già arrivati... utima salita... ultimo crepaccio... ultima arrampicata... finalmente arrivati!

La serata è tranquilla siamo in una dozzina di persone ma riesciamo ad organizzarci per mangiare e dormire: c'è il solito bel clima che si riesce a creare tra persone accomunate dalla stessa passione per la montagna. Si
fanno progetti per il giorno seguente. Due simpatici ragazzi insistono per coinvolgerci nel loro itinerario sul Lyskamm per la cresta Sella: noi decliniamo, è sicuramente un bell'itinerario ma non vogliamo strafare,
decidiamo quindi che saliremo alla Capanna Margherita.
Verso le 9 quando siamo tutti a letto cominciano i problemi: arrivano due persone e bisogna far posto anche a loro nonostante il bivacco sia già strapieno. Spiegano anche che c'è un terzo compagno che sta arrivando, per lui è la prima volta oltre i 4000 e fa fatica: alla fine arriverà dopo le 10!!
Mi chiedo però come si fa a lasciare indietro un compagno in difficoltà e mettersi a letto? E se non ce l'avesse fatta?

Dalle due cominciano le partenze: prima quelli che faranno la nord del Lyskamm, poi a seguire tutti gli altri. Noi ci concediamo più riposo (parlare di "sonno" mi sembra un po' troppo...). Quando ci alziamo abbiamo
un filo di mal di testa ma appena usciamo all'aria aperta passa subito. Con calma ci prepariamo e ci facciamo un buon the con i biscotti.

Sono le 5.30 ed è spettacolare ammirare il mare di nubi ai nostri piedi e le cime ancora immerse nell'ombra. Una veloce discesa in corda doppia ci porta nuovamente sul ghiacciaio e si comincia a camminare. In giro ci sono poche cordate, ne vediamo una sulla cresta del Lyskamm, qualcun'altra al colle del Lys, qualcun'altra più indietro sul ghiacciaio.
Man mano che si sale si apre sempre di più il panorama: cerco di dare un nome a tutte le grandi cime che vedo, ma la mie conoscenze non mi danno certezze... Mi sembra di riconoscere il Gran Paradiso e il Bianco da una parte, la Dente Blanche e il Cervino dall'altra. Essere così vicino alle cime dai nomi che hanno sempre suscitato un certo timore reverenziale mi emoziona: Punta Dufour, Nordend, Zumstein... e io sono lì in mezzo!
La salita procede tranquilla, la capanna Margherita è sempre lì che ci guarda, e noi guardiamo con timore l'ultimo tratto del percorso: sembra veramente ripido da quaggiù. Quando ci siamo proprio sotto ne abbiamo la conferma, lo affrontiamo con estrema calma. Voltandoci verso valle vediamo decine e decine di formichine che proseguono in fila dal colle del Lys: sono tutte le cordate che hanno pernottato al Mantova e alla Gnifetti e stanno salendo verso l'ambita meta.

Alle otto siamo in vetta per un po' di meritato riposo... si sta bene, la quota non ci da fastidio, mangiamo un po' e ci godiamo il panorama. Però che strano, arrivare in cima e trovarci un rifugio... sembra quasi di non essere
arrivati in cima. Arrivare su un cocuzzolo deserto, anche se più modesto fa molto più effetto... E' poi da parecchi anni che sogno di arrivare quassù. Ricordo la prima volta che ho visto la capanna Margherita, ero al rifugio Pastore e da lì si vedeva questo puntino brillare al sole: prima o poi ci salirò... ecco adesso ci sono!!
Ammiriamo sotto di noi il ripido pendio valsesiano e stiamo ad osservare una cordata che sta per terminare la Cresta Signal. Poi decidiamo di muoverci. Sta arrivando veramente tanta gente: non mi piace essere a 4554 metri e pigiato come sul metrò milanese!
Sul tratto ripido subito dopo la capanna è un macello le cordate che salgono sono tutte attaccate, salgono una in fila all'altra: per fortuna che noi stiamo scendendo!

La discesa è tranquilla, è ancora presto e la neve non è ancora troppo molle, ne approfittiamo per fare un po' di foto e goderci la splendida giornata. Quando arriviamo alla fine del ghiacciaio di Garstelet ci fermiamo un po' per mangiare: mai bresaola fu più gustata! Ho voglia di fermarmi anche di più, fami una pennichella ma Giovanni insiste, ed ha ragione. Dobbiamo ancora traversare il ghiacciaio d'Indren ormai ridotto ad una poltiglia e poi tornare e casa: nessuno di noi vuole poi trovarsi imbottigliato nel traffico dei vacanzieri.

Quindi ferratina, ghiacciaio, funivia, seggiovia, cabinovia, macchina, casa, doccia e finalmente una tanto agognata birra fresca!!

mercoledì 4 settembre 2013

Pizzo Emet

Dopo tanto tempo trovo l'occasione di passare una notte in un rifugio che non sia in alta quota: il rifugio Bertacchi, nei pressi di Madesimo. L'accoglienza è ottima, i gestori gentili, il cibo degno di un gran ristorante. Mi stupisco della poca gente che pernotta, siamo a fine agosto e siamo solo in cinque: oltre a me e a $D ci sono altri tre ragazzi, per i quali il rifugio è già il punto di arrivo.
Per noi invece la meta del giorno successivo è il pizzo Emet, 3208m.

Alla mattina ce la prendiamo comoda, ci sono grandi nuvoloni nella valle e non vogliamo trovarci nella nebbia durante la salita: le relazioni non danno molte indicazioni sull'itinerario di salita se non che c'è da seguire segni ed ometti, ed al momento non sappiamo quanto siano visibili lungo il percorso.
Aspettiamo fino alle 8.15, quando si aprono ampi squarci di azzurro. Ci prepariamo ed in pochi minuti siamo in cammino.
Lago di Emet e Rifugio Bertacchi
A breve, e poco prima di raggiungere il passo di Niemet, arriviamo al bivio per il Passo Sterla, che prendiamo. I pensieri vanno immediatamente a chi ha tracciato il sentiero: «ma mettere qualche tornante in più proprio no, eh?». Infatti sale brutalmente seguendo la linea della massima pendenza, ed è pure ripido!
In compenso le nuvole si diradano sempre più, la vetta compare tra le nubi e giochi di luci ci incantano.
Nebbie durante la salita
La traccia prosegue poi su una pietraia che pare non finire più. Per fortuna fa abbastanza freddo e si sale senza (troppa) fatica. Arriviamo alla fatidica quota 2840 indicata sulle carte dove dovremmo abbandonare la traccia per il passo Sterla e puntare verso la cresta meridionale del pizzo Emet. Ci consultiamo, guardiamo le carte, studiamo l'itinerario per bene nel caso dovesse infittirsi la nebbia.
Cima e cresta
La traccia raggiunge la cresta per poi spostarsi sul versante orientale, dal lato del lago di Lej. Sale alternando tracce di sentiero con tratti un po' più impegnativi, dove c'è necessità di appoggiare le mani.
Poco prima della vetta un passaggio più impegnativo rappresenta l'ultima difficoltà da superare: non si tratta di una difficoltà tecnica ma piuttosto mentale. Tra due rocce infatti c'è una spaccatura larga meno di un metro ma profonda 4 o 5 e va superata con un passo e due movimenti di arrampicata. Volendo c'è la possibilità di aggrapparsi ad uno spezzone di corda.
Superato quel passo in breve si arriva in vetta...
Croce di vetta
 ...da dove ammiriamo il vasto panorama. Ci fermiamo poi a mangiare qualcosa, è ancora presto e non vogliamo ancora scendere.
Panorama: lago di Emet e lago di Montespluga
La discesa avviene per l'itinerario di salita. La temuta pietraia in discesa si percorre quasi volando e senza particolare fatica e in poco più di due ore siamo nuovamente al rifugio! Si poteva fare anche più in fretta, ma sia a me che a $D piace fare tante fotografie...

La discesa dal rifugio all'auto, lasciata a Montespluga è rapida e tranquilla.

Qui la relazione: http://www.gulliver.it/itinerario/46302/

venerdì 30 agosto 2013

Grignetta: Canalone Porta

Nota: la gita è stata effettuata a marzo 2013

Finalmente riesco a trovare le condizioni per fare il famoso Canalone Porta in Grignetta. Salita fatta con $L e $F, già compagni di altre salite. Occasione anche per collaudare i nuovi Nepal Extreme, dopo il pensionamento dei gloriosi Nepal Top, dopo due risuolature, diversi 4000 e 15 anni di servizio.

Lasciata la macchina poco oltre il rifugio Soldanella (già SEM/Cavalletti) ci si incammina verso il rifugio Porta e  poi verso il Canalone. Neve fin dalla partenza, abbastanza trasformata.

All'inizio del canalone

 Il canalone alterna tratti di ripide rampe su neve a tratti di facile arrampicata. Degna di nota la paretina di una trentina di metri della foto qui sotto: arrampicata facile e divertente anche con i ramponi, ma piuttosto aerea... la concentrazione è d'obbligo!
Arrampicata un po' esposta.
Usciti dal canalone vero e proprio, si percorre un tratto in costa verso sinistra prima di salire decisamente verso la cresta. Qui la neve è più inconsistente e si cerca di stare quanto più possibile sulle rocce.
L'ultimo tratto prima della cresta si percorre su un accumulo di neve, guardando intorno non mi sembra di notare punti più sicuri, per cui procedo con attenzione come se stessi camminando sulle uova e con tutti i sensi tesi ad individuare segnali di pericolo. Per fortuna tutto va bene e in poche decine di metri siamo in cresta. Mentre proseguiamo non posso far a meno di pensare al meccanismo delle trappole euristiche (per chi non lo conoscesse, l'articolo è qui: http://www.aineva.it/pubblica/neve66/1_Igor/igor3.html) e mi domando quanto sono andato vicino alla valanga... L'importante è che non mi faccia prendere da frasi del tipo "se non è successo niente vuol dire che non era pericoloso!". Magari era solo una mia impressione o magari no... purtroppo non ho modo di saperlo.

Traccia di salita, fotografata al ritorno. In blu tracce lasciate da altri alpinisti
 Tutto il tratto in cresta è una bella camminata su neve, con panorami mozzafiato anche se conosciuti.

La cresta fino alla vetta della Grignetta
Gli ultimi tratti per arrivare in cima sono più ripidi: le catene sono quasi sempre fuori dalla neve e dal ghiaccio e sono un valido aiuto per salire gli ultimi metri prima della vetta. La vicinanza della meta non fa calare però l'attenzione: una caduta qui avrebbe delle conseguenze tragiche...

La cima, con il bivacco Ferrario
 Non resta che godersi il panorama e la splendida giornata mettendo qualcosa sotto i denti e scambiando qualche chiacchiera con i numerosi alpinisti che, da moteplici vie di salita, sono giunti fin quassù.
Si comincia a scendere...
 Ritorno tranquillo per la "solita" e "monotona" cresta Cermenati; la deviazione e la discesa per il canalone Caimi movimentano e concludono degnamente questa splendida giornata!

Report Cime

Pubblicati gli elenchi delle cime (e di qualche gita) degli ultimi 3 anni:

Appena riesco procedo a ritroso con gli anni precedenti.

martedì 13 agosto 2013

Ciao Aldo!

In ricordo di Aldo Bergamini
+10 agosto 2013, Cresta Rey, Monte Rosa
Aldo in cima all'Allalinhorn (4027m) nel maggio del 2009
Ciao Aldo, in tua compagnia ho scalato il mio primo 4000, il Gran Paradiso, nel lontano 2002. Con te ho anche salito il mio primo 4000 con gli sci, l'Allalinhorn.
Non ci si sentiva, ma ogni tanto capitava di riuscire a fare qualche gita insieme. Ed ogni gita scelta da te è sempre stata una garanzia di grandi soddisfazioni.

Mi piaceva come andavi in montagna: senza arroganza, con tranquillità. Nonostante raccontassi ogni volta di gite e di imprese, lo facevi con discrezione non per vantarti ma per condividere belle esperienze. Apprezzavo anche la prudenza, nelle gite fatte insieme non ti ho visto mai osare: le montagne restano lì, ci si può sempre ritornare.

Mi aveva colpito anche una tua particolare abitudine, una volta arivato su una cima, dopo aver guardatoil panorama fatto qualche foto di rito, ti raccoglievi un momento in ammirazione sulle note di Nada te turbe diffuse dall'altoparlante del telefono.

Nada te turbe, nada te espante
quien a Dios tiene, nada le falta.
Nada te turbe, nada te espante
sólo Dios basta.

Davvero la cima di un monte, raggiunta con fatica, è davver un luogo mistico: lì, vedendo le altre cime e le valli tutt'intorno si può davvero ammirare la bellezza del creato! E solo chi lo ha provato, almeno una volta, può davvero capirlo.

La punta Dufour (4634m) vista dalla punta Zumstein (4563m).
A destra, leggermente in secondo piano, la Nordend (4609m)
Ed ecco la punta Dufour, con l'evidente costola della Cresta Rey sulla sinistra, teatro della tua ultima ascensione. Chissà cosa è successo lassù su quelle rocce... Potrebbe essere una salita anche alla mia portata, sicuramente lo era per te! Il meteo era buono, c'era un po' di neve e ghiaccio, come ci sono a quelle quote...
Ma tu sapevi, come so io e come sa qualunque alpinista, che a volte la Montagna può essere traditrice: una roccia che si spacca, un sasso che cade, un velo di ghiaccio...

Ora avrai tutte le montagne del cielo da scalare, e le prossime volte che sarò su una qualche montagna saprò di non essere solo! Ciao Aldo.

Il post del fratello su Gulliver: https://www.gulliver.it/itinerari/dufour-punta-cresta-rey/2013/08/10/58750/
Le gite di Aldo (Abe): http://www.gulliver.it/glog/abe/
I '4000' saliti da Aldo: http://www.club4000.it/db_membri/elenco_vette.php?id_socio=303&lang=it
Relazione della gita, compiuta da altri il giorno seguente: http://www.on-ice.it/onice/viewtopic.php?t=16180

martedì 5 marzo 2013

'Equal' è diverso da 'Not Equal'

Scrivere 1024 volte:
'Equal' è diverso da 'Not Equal'
'Equal' è diverso da 'Not Equal'
'Equal' è diverso da 'Not Equal'
'Equal' è diverso da 'Not Equal'
...

Ecco! Davvero dovrei farlo!
Oggi ho appena aggiunto un 'Perla' alla già lunga lista delle vaccate lavorative. Dice il proverbio «chi non fa, non falla!», però ogni volta che capita, le balle girano lo stesso...

In pratica questo pomeriggio stavo lavorando con lo strumento di sincronizzazione dedicato al servizio cloud di  $Ufficio365. Uno strumento per popolare la directory remota recuperando gli utenti ed i gruppi locali. Beh, fin qui nulla di particolare, direi banale!

Ad un certo punto sorge la necessità, non sto qui a spiegare il perché, di evitare che un utente, un singolo utente non venga sincronizzato sul cloud. Banale. clickety-click-new filter-condition-finish Ecco, fatto! Lancio la sincronizzazione... synchronizing objects 100... 300... 750... 1320... 1923.. finish. Bene! Tutto a posto!
«Non accedo alla posta»
«Mi da credenziali errate!»
«Abbiamo problemi con la posta?»
DRIIIN «Scusa ma...»

mmmm... click-clok-clickety... accedi console... users... ahhhhhh... total users = 1... doh!

Controllatina al filtro, configurato perfettamente, tranne che ho impostato il filtro con una condizione di 'Not Equal' anziché 'Equal'... Risultato: anziché filtrare un utente su 2000 ne ho filtrati 1999 lasciandone uno solo! DOH!

Per fortuna il santo protettore dei sistemisti, Babbo Natale e Cthulhu messi insieme hanno guardato giù e rieseguendo una sincronizzazione (con il filtro corretto) tutti gli utenti sono stati ripristinati come per magilla!
Però ammetto di avere passato un brutto quarto d'ora, soprattutto durante l'attesa...


lunedì 15 ottobre 2012

Ancora 4000!

Nota: sono rimasto un po' indietro con la pubblicazione dei post; provvederò a recuperare nei prossimi giorni.

L'ultimo fine settimana di agosto sono riuscito ad andare nuovamente in montagna. Questa volta a farmi compagnia c'erano $F e $L, alla loro prima esperienza in alta quota. Non essendomi mai legato in cordata con loro ho scelto come destinazione una zona me conosciuta: il Ghiacciaio del Lys, sul versante valdostano del Monte Rosa.

Quindi si parte da Alagna con l'ovovia fino a Pianalunga, e i due funifor per il passo dei Salati e per il ghiacciaio d'Indren. Qui c'è la prima triste sorpresa: il ghiacciaio d'Indren è ormai ridotto ai minimi termini, il canale che porta verso il ghiacciaio del Garstelet è interrotto da un salto di roccia, veri e propri ruscelli scorrono sulla superficie del ghiacciaio...

Il ghiacciaio d'Indren, sempre più martoriato dalle alte temperature
Ci prepariamo e ci incamminiamo sul ghiacciaio, in direzione della bastionata che separa il ghiacciaio d'Indren dal ghiacciaio del Garstelet. La salita è resa divertente dalla felicità di $E, estasiata ed esaltata, dal fatto di camminare su un ghiacciaio nonostante ci accompagnerà solo fino al rifugio. Il resto del percorso fino alla capanna Gnifetti è tranquillo, solita fatica a salire tra canaponi e scalini, solito tratto di ghiaccio molle, solita fatica per fare gli ultimi scalini sotto al rifugio...

Dopo pranzo ci riattiviamo e scendiamo nuovamente sul ghiaccio, alle spalle del rifugio, per fare un po' di scuola: progressione, manovra di auto arresto, cordata, recupero da crepaccio, ecc... Poi tutti a far merenda e a studiare i piani per il giorno seguente.

Per $L e $F è la prima volta su ghiacciaio, quindi decido di prendere più tempo e propongo sveglia alle 4.30 e partenza entro le 6.00. Alla mattina partiamo che è ancora buio: attraversiamo il pianoro dietro al rifugio zigzagando tra i crepacci alla luce delle frontali. Mi rendo conto che i miei compagni di cordata mi seguono senza troppo realizzare il gran numero di crepacci che ci circondano; dal canto mio sono piuttosto tranquillo, la notte è stata sufficientemente fredda da consolidare i ponti di neve che attraversiamo.
Arriviamo al centro della lingua principale del ghiacciaio del Lys, e la traccia comincia a salire decisamente. Conosco il percorso per averlo già fatto più volte, inizio la salita con calma cercando di mantenere il passo regolare. Non so come reagiranno $F e $L alla quota, prendo quindi un ritmo leggermente più lento, per dar modo al loro organismo di abituarsi allo sforzo in quota.

Proseguiamo incrociandoci continuamente con altre "cordate" dirette tutte alla Capanna Margherita. Ci sono veramente tante cordate molto numerose, sei, sette, anche otto persone tutte intruppate dietro la guida. Capisco che il percorso è facile, ma è davvero il modo giusto di andare su ghiacciaio? Anche quando si sorpassano, stanno tutti vicinissimi... non è il mio modo di andare in montagna, mi fermo qualche minuto per lasciarli andare avanti e ne approfittiamo per mangiare una barretta.

Ma dov'è la fermata dell'autobus?

Tutta la salita è stata in ombra finché non arriviamo al colle del Lys, dove ci accolgono i primi raggi del sole. Il sollievo è però di breve durata: insieme al caldo del sole arrivano anche folate di vento gelido che trasportano neve. Le sferzate della neve sono come aghi, spesso c'è da fermarsi e voltarsi per non prenderle in faccia.
La pianura vista dal colle delle Piode

In breve tempo siamo al colle delle Piode, dove ci aspetta l'ultimo breve tratto di dislivello per arrivare alla nostra meta: il Ludwigshohe. Le raffiche di vento sono gelide, per far le foto è necessario aspettare tra una folata e l'altra. Il freddo è intenso ma ci godiamo qualche minuto lo stesso il panorama. Per $L e $F è il primo quattromila, per me è il quindicesimo.
Ludwigshohe: la crestina finale e in fondo il Lyskamm
Scendiamo poi direttamente verso sud per il ghiacciaio del Lys, senza più passare dal versante nord e dal colle del Lys. La discesa è tranquilla, il vento è calato leggermente ed è meno fastidioso.
Il Cristo delle Vette al Balmenhorn
 Durante la discesa abbiamo davanti il pendio nevoso della Piramide Vincent, sembra vicinissimo. Il pensiero di salire anche la Piramide mi balena nella testa, faccio due conti con il tempo, stiamo camminando bene ce la si potrebbe fare in sicurezza. Lo escludo subito però, io sono tranquillo, ma non voglio strafare, alla fine per i miei compagni è già una bella impresa quanto fatto finora.
Alla prima occasione di sosta, ecco che $L inizia a farmi domande su com'è la salita alla Piramide, sul fatto che sta bene e si sente in forze, che c'è ancora tempo prima di scendere...
Dopo un rapido consulto e due nuovi calcoli sui tempi, deviamo decisamente verso la Vincent. Siamo in cima in breve tempo: secondo 4000 per $L e $F!!!
Piramide Vincent, si riprende a scendere
 La discesa fino al rifugio è tranquilla, sono in coda alla cordata, ho lasciato davanti $F, ed ho modo di godermi il panorama. $F segue regolarmente la traccia, sole nell'ultimo tratto pianeggiante ha bisogno di qualche indicazione per la strada da seguire tra i crepacci.
Il Garstelet dall'alto, pieno di crepacci
Poco prima di mezzogiorno siamo al rifugio, dove ci attende $E. Panino, fetta di torta, scambi di commenti e di racconti. Verso le due mi tocca fare il cattivo, il tempo passa e noi non siamo ancora a casa: dobbiamo ritornare alla funivia, se non vogliamo passare un'altra notte al rifugio!

Sul ghiacciaio immediatamente sotto alla Gnifetti c'è molta gente, una buona parte che fatica senza ramponi. Decidiamo di calzare i nostri per procedere spediti senza fatica e decidiamo anche di proseguire verso il rifugio Mantova, evitando così la ripida bastionata in discesa. In breve, almeno così ci è sembrato, siamo all'arrivo della funivia pronti per tornare alla civiltà e pronti per organizzare un'altra ascensione!

giovedì 23 agosto 2012

Hike!

ovvero Traversata Alta e Traversata Bassa delle Grigne in solitaria 

 
L’hike è un momento di avventura irrinunciabile. È un’occasione significativa per apprezzare il dono di un tempo per riflettere con se stessi e pregare individualmente, dominare le proprie paure, sentire il bisogno e scoprire la gioia dell’incontro con l’altro sulla strada. Viene vissuto in uno stile di severa essenzialità, sperimentando la dimensione di povertà. 

Questi giorni dopo ferragosto sono giorni difficili: la ripresa del lavoro dopo i campi scout, l'essere in città da solo con tutti gli amici, conoscenti e parenti in vacanza, il gran caldo che fiacca il morale... Qualsiasi cosa da fare pesa come non mai e le giornate scorrono inconcludenti.
Devo darci un taglio: faccio lo zaino e mi metto sulla strada.
Parto.

Cartina del percorso (ingrandibile)

La partenza e la notte

Mi metto in marcia dai Piani Resinelli che sono ormai le 20.15: il Sole è già tramontato ma è ancora molto chiaro. Seguo il sentiero per la cresta Cermenati. Fa caldo. Molto caldo. Sudo. Pausa, barretta, acqua. Riprendo il cammino. Pian piano salgo e pian piano diventa sempre più buio. Conosco il sentiero, so dove fare attenzione per non perdere la traccia ma la strada è sempre lunga. Compaiono le stelle, vorrei fermarmi a contemplarle ma non è ancora il momento: solo in cima sarà possibile!
Con la salita anche i cattivi pensieri restano a valle... "Terra di betulla, casa del castoro, là dove errando va il lupo ancor..." il canto, anche se solo sussurrato aiuta. La calma pian piano entra nel cuore. Si sale ancora: il sentiero è formato da pietre e sfasciumi di roccia chiara che nella poca luce risaltano sullo sfondo dei prati scuri circostanti. C'è ancora di strada, l'altimetro sancisce la dura realtà.
"Misericordias Domini in æternum cantabo" con il canto, la fatica si trasforma in preghiera. Tranquillità. Serenità. Un passo dopo l'altro. Ancora. Si sale.
Sono al canale, manca davvero poco ora. «Attento - mi ripeto - non devi abbassare la guardia. Ricordati che sei solo!». Non posso certo permettermi un passo falso. Fatica, fame, stanchezza. Come mi sembrano lontane ora le piccolezze e le menate di quando ero a casa in pianura... Questo è davvero vivere! Grazie Signore che mi dai la possibilità di essere qui!
Ecco le catene, ancora pochi passi e sono arrivato... ci sono, sono ancora una volta in cima alla Grignetta! Il luogo mi è familiare e mi dirigo verso il bivacco. C'è altra gente, avrei preferito essere solo, ma posso fare come se lo fossi: mi cambio, mi preparo un the, mangio qualcosa.




Lecco by Night Grigna Settentrionale e rifugio Brioschi
Grignetta: Croce di Vetta
Sotto di me il panorama delle città illuminate, sopra di me solo stelle, intorno niente altro. Non ho parole per descrivere quello che vedo e le emozioni che provo. Mi metto a far foto. Con calma. Lunghe esposizioni. Intanto intorno a me svolazzano degli uccelli dal volo silenziosissimo: gufi? altri rapaci notturni?

Grignetta: bivacco Bruno Ferrario

Mi preparo per la notte: nel bivacco sono già in quattro, anche se c'è posto dormo all'aperto. Mi sistemo su un piccolo spiazzo, riparato dal vento da nord, ai piedi della croce di vetta. Saccopiuma e metallina per ripararmi dall'umidità della notte. Non fa freddo. Sistemo lo zaino e mi infilo nel sacco.
 

L'alba

Alle 6.00 sono già sveglio, il sole non è ancora sorto. Ho tutto il tempo di fare qualche foto, sistemare il sacco a pelo e fare colazione nell'attesa dell'alba.

Luci prima dell'alba...
Una leggera brezza rinfresca l'aria. Intorno a me, sotto di me, un mare di nubi avvolge la pianura. Pace. Silenzio. I raggi di sole compaiono quasi all'improvviso e colorano il mondo circostante. La luce è abbagliante. Mi sento vivo come non mai.




Il silenzio è assordante: solo ronzio di mosche, ogni tanto il vento porta qualche abbaiare di cane lontano o i suoni dei campanacci delle mucche giù in valle. Guardo la vetta delle Grigna Settentrionale, il Grignone, con il rifugio Brioschi, proprio sulla cima. È lì, al sole, sembra vicinissimo. Non ho fretta di partire, mi godo il fresco e la tranquillità.
Aveva ragione quel tale che diceva che «Non hai mai scalato veramente una montagna se non ci hai dormito in cima». Le emozioni non possono essere scritte a parole: non c'è che da provare!
Guardo ancora il percorso della Traversata Alta, rileggo ancora una volta la relazione dell'itinerario. Ho un po' di timore nell'abbandonare il terreno conosciuto ed avventurarmi verso un percorso mai fatto. Da solo. 

Ho sempre vissuto la montagna in compagnia. Perché condividere le esperienze è bello, ma anche per questioni di sicurezza: essere soli amplifica le conseguenze di un qualsiasi incidente, anche se banale.
Questa volta però voglio sperimentare davvero la montagna in solitaria. Una coppia che ha dormito nel bivacco mi chiede indicazioni sull'itinerario della Traversata Alta, anche loro vogliono fare quel percorso. Ecco, sapere che ci sarà qualcuno dietro di me, scaccia le ultime paure, chiudo lo zaino, stringo gli scarponi e parto.

La Traversata Alta

L'inizio e a dir poco brutale: una catena che pende su un versante che precipita apparentemente in verticale. Iniziando la discesa poi si trovano tutti gli appigli e gli appoggi. Attenzione. In caso di incidente non c'è nessuno che mi possa aiutare. Concentrazione. Calma. "In manus tuas, Pater, commendo spiritum meum" Ancora una volta cantare, anche solo mentalmente, aiuta la concentrazione. Si scende. Attenzione alle catene. Ok, bene, qui la catena se la potevano risparmiare. Ma perché invece qui non c'è? Calma. Un passo. Poi un altro. Le punte degli scarponi si aggrappano saldamente anche alle tacchette di roccia. Sento il corpo obbedire fedelmente, la mente è libera.


 Primo tratto di sentiero (sinistra) e canaloni della grignetta (destra)

Ora si prosegue su sentiero, ora è facile, ma intanto nebbie salgono da valle: presto avvolgeranno tutto. Ed intanto riprendono le catene, questa volta in salita: sono arrivato allo scudo Tremare. La roccia qui è meno buona, ci sono sfasciumi e si muove un po' tutto. Dietro di me ci sono due ragazzi: mi avevano sorpassato poco prima e li avevo visti prendere decisi il bivio per il rifugio Rosalba, se ora sono qui avevano decisamente sbagliato a leggere le indicazioni. Non mi danno grande affidamento. Li sento parlare, uno di loro racconta di aver già tentato la traversata e di essersi perso. Li sento smuovere continuamente sassi, devono stare più attenti! Ed io devo tenerli dietro di me se non voglio ricevere qualcosa in testa.

Ci sono lunghi tratti di facile e divertente arrampicata. Ora salgo in scioltezza, come quando arrampico da primo: questa volta mi sembra di essere capocordata di un compagno invisibile. Continuo a salire senza fretta, scegliendo il percorso, le prese, gli appigli e gli appoggi, molto spesso senza toccare nemmeno la catena.
Ormai sono nelle nuvole, non fa caldo ma l'umidità è opprimente. Sudo. Sudore negli occhi. Pausa. I due ragazzi mi sorpassano e proseguono. Barretta. Acqua. Riparto. Ancora un po' di arrampicata e sono sulla cresta. Finalmente un po' di brezza.
Sono di nuovo solo. Solo, ma con me sento anche Francesco. Anche lui amava la montagna, così tanto da rimanerci per sempre su. Da quell'estate del '99 sul Monte Rosa, tante volte, in ogni difficile ascensione o davanti a panorami mozzafiato mi torna in mente il suo sorriso.


Percorso iniziale della traversata (sinistra) e rocce nella nebbia (destra)
Le nebbie si diradano. Ecco il rifugio, ecco la meta! C'è ancora delle strada da fare, il rifugio è in alto. La stanchezza è tanta, ma ormai e tutto solo sentiero. Tiro fuori i bastoni. Ho sete. Berrò in cima. Ho fame. In cima! Un passo. Poi un altro. Sono in vetta.
 

In vetta al Grignone

Dio mio, che panorama! Ancora una volta resto a bocca aperta di fronte alle alpi. Nonostaste l'aria umida, l'orizzonte è ampio.Un rapido sguardo all'orologio: circa tre ore, comprese le soste, per tutta la traversata, bene sono in orario! Posso mettermi a fare foto con calma.

La Grignetta emerge dalle nuvole, lontana

Paorama verso sud, verso la pianura (si vede ancora la Grignetta)
Ancora qualche foto... cerco di vedere il percorso fatto, ma è tutto coperto dalle nuvole: solo si vede la cima della Grignetta spuntare dalle nubi, lontana, molto lontana.

Altre foto dalla vetta della Grigna Settentrionale
Un boccone, due sorsi d'acqua, mi studio l'itinerario. Da qui ai Piani Resinelli dove ho la macchina mancano ancora altre 3 ore se non 3 ore e mezza! Ancora una fetta di salame, un altro sorso d'acqua: zaino in spalla e in marcia!

Il ritorno per la Traversata Bassa

Forza c'è ancora molta strada da fare. Passo veloce per sfruttare la discesa, non troppo veloce per non stancarsi troppo in fretta. Attenzione. Sasso. Salto. Ghiaia. Salto. Sasso. Passo elastico, reattivo, come si impara dopo tanti anni in montagna. Via che si scende. Un occhio all'altimetro, il Pialeral è ancora tanto in basso: dai 2420 della vetta devo arrivare a meno di 1400. Il caldo aumenta. In mezzo ai pascoli tra l'una e le due non c'è molta aria ed il Sole picchia. Le baite del Pialeral sono in vista, c'è ancora strada da fare. Pausa! Forza.
Ancora via di corsa in discesa: mi sembra che anche i piedi abbiano gli occhi, sempre precisi nel posto giusto, sempre pronti a riprendere l'equilibrio quando il terreno si smuove. Quasi come una danza. Il tempo è relativo:  nei tratti più delicati sembra che il tempo rallenti, tra un passo e l'altro ho il tempo di scegliere dove mettere il passo successivo e mi sembra di fare i movimenti al rallentatore, ma sto correndo!
Il caldo aumenta ancora. Sto anche finendo l'acqua. Mi resta meno di mezzo litro. Serve una fontana. Laggiù c'è quella che sembra un'area pic-nic: lì ci deve essere.
Infatti. Fresca, gustosa, dissetante... ci voleva. Tolgo la maglietta e mi lavo! Chi da per scontato che quando ha bisogno di acqua basta aprire il rubinetto non può capire la soddisfazione di arrivare alla fonte affaticati, assetati ed accaldati.
Proseguo. Il sentiero che mi riporterà ai Piani Resinelli, la Traversata Bassa, si inoltra in uno splendido e fitto bosco. Fa fresco finalmente. Il sentiero è però tutto in saliscendi: in ogni tratto in discesa le gambe sono più dure del precedente, ogni tratto in salita lo affronto sempre più lentamente. La stanchezza aumenta.

La grignetta: dal canalone e dall'alpe Mus'cera

Si vede in fondo una grande stalla, dovrò passare lì vicino: ma perché sembra non avvicinarsi mai? Fatica. Voglia di fermarmi e riposare. Non si può devo tornare. Sono stanco. Ora non penso più, solo un passo dopo l'altro. Ecco gli alpeggi, ecco di nuovo la Grignetta, ecco la grande stalla, ecco le indicazioni "Resinelli 40 minuti". 40 minuti? Ancora?!?! Il sentiero diventa una larga strada in terra, un polverosissima strada sterrata. C'è tanta gente, la vedo arrivare con sedie sottobraccio, borse frigo e infradito: tutti che vengono qui a fare il picnic.
Asfalto! Le mie ginocchia stanche se ne accorgono subito. Ma posso solo fare finta niente, ormai manca talmente poco... Ecco il grande parcheggio, ecco la macchina: sono arrivato!

Note sull'itinerario

Riferimenti: Guida dei Monti d'Italia, volume 'Le Grigne'
Cartografia: Kompass n.105 (con i limiti e le imprecisioni consuete di tali carte)